FOCUS SUL TEMA CALDO: VERSO IL REFERENDUM

Pubblicato il 10 marzo 2026 alle ore 11:00

Il Referendum sulla Giustizia 2026: Guida pratica alla Comprensione

Di Enzo Mastrolonardo

Il dibattito sulla separazione delle carriere dei magistrati - parte della riforma costituzionale proposta dal governo - è diventato uno dei temi più discussi della politica italiana. Dopo l’approvazione della legge, ora la parola passa agli elettori, che nel referendum costituzionale dovranno decidere se confermare o respingere la riforma. Ma al di là del percorso istituzionale, per molti cittadini la domanda è molto più semplice: questa riforma cambierà davvero qualcosa nella vita quotidiana degli italiani? Quando la politica entra nel campo della giustizia il dibattito si incendia subito. Da una parte c’è chi sostiene che questa riforma serva a rendere il processo più equo, più moderno e più coerente con il modello accusatorio. Dall’altra c’è chi teme che dietro questa spinta ci sia soprattutto il tentativo di ridimensionare il peso della magistratura. In mezzo, però, c’è spesso molta confusione tra ciò che esiste già nel sistema giudiziario e ciò che cambierebbe davvero. E allora vale la pena fermarsi un attimo e provare a sciogliere la matassa: capire le ragioni del sì e del no, il contesto politico da cui nasce questa riforma e soprattutto se siamo davanti a una svolta utile per i cittadini oppure all’ennesimo scontro tra poteri dello Stato.

Le ragioni del sì: verso un “giudice terzo”

Chi sostiene il "sì" parte dal principio che nel processo penale devono esserci due parti contrapposte, accusa e difesa e un giudice che stia nel mezzo, senza alcuna vicinanza strutturale con una delle due. Secondo questa visione, l’attuale sistema italiano non è coerente con questo modello. Oggi infatti giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine della magistratura, entrano con lo stesso concorso e sono governati dallo stesso organo di autogoverno, il Consiglio Superiore della Magistratura. Per chi sostiene la riforma, questo crea una vicinanza di fondo tra chi accusa e chi giudica. Non si dice che il giudice sia parziale o che faccia squadra col PM, ma che il sistema, visto dall’esterno, non renda fino in fondo l’idea di un arbitro totalmente separato. La separazione delle carriere servirebbe quindi a chiarire meglio i ruoli. Il PM sarebbe in modo netto la parte che accusa, la difesa resterebbe la parte che contesta e il giudice sarebbe una figura istituzionalmente distinta da entrambe. Per i sostenitori del sì questo renderebbe il processo più leggibile, più coerente e anche più credibile agli occhi dei cittadini.C’è poi un secondo argomento, meno tecnico e più politico: l’idea che in Italia le procure abbiano avuto, negli ultimi decenni, un peso molto forte nella vita pubblica. In questa lettura, separare le carriere servirebbe anche a riequilibrare il sistema e a limitare quella sensazione per cui la magistratura requirente, cioè quella dei PM, abbia assunto un’influenza che va oltre il processo.

Il sì viene dunque raccontato come una riforma di modernizzazione dello Stato. Il messaggio è: regole più nette, ruoli più chiari, meno ambiguità, più fiducia nel sistema, più libertà di azione per il governo.

Le ragioni del no: una separazione che esiste già?

Chi sostiene il "no" risponde che questa separazione, nella pratica, esiste già. Il giudice che decide un processo non conduce le indagini, non lavora insieme al PM sul caso e non prende ordini da nessuno. Inoltre, negli ultimi anni le riforme hanno già rafforzato la distinzione tra le due funzioni. La Riforma Cartabia del 2022, entrata in vigore nel 2023, ha infatti limitato fortemente il passaggio tra magistratura giudicante e requirente: un magistrato può cambiare funzione una sola volta nella carriera, entro i primi dieci anni e con l’obbligo di trasferirsi in un’altra regione. In altre parole il giudice è già in una posizione autonoma e decide sulla base delle prove raccolte nel processo. Inoltre, negli anni, varie riforme hanno già ristretto in modo forte i passaggi tra funzione giudicante e funzione requirente, cioè tra giudice e pubblico ministero.

Per questo motivo molti critici della riforma la considerano soprattutto simbolica. Dicono, in sostanza: si vuole cambiare la Costituzione per formalizzare una distanza che, nel lavoro concreto, è già molto ampia. Da qui nasce una seconda obiezione, ancora più forte: i problemi reali della giustizia italiana non stanno lì. Chi entra in contatto con i tribunali, da cittadino, da impresa o da lavoratore, difficilmente percepisce come priorità la questione della separazione delle carriere. Le difficoltà che pesano davvero sono altre (tempi, complicanze, burocrazia…), e questa riforma non le tocca in modo diretto. Infine c’è la paura di un effetto opposto a quello dichiarato. Separando i PM dai giudici, si rischia di creare un corpo professionale più compatto, più chiuso e più autonomo, invece che più equilibrato. Ed è qui che il discorso si fa meno intuitivo ma più interessante.

Il vero nodo: non le carriere, ma il potere interno

Uno degli aspetti su cui il dibattito  su accende, in realtà non riguarda la separazione delle carriere, ma il funzionamento del potere interno alle cosiddette “correnti”. Il centro di questo potere è il CSM, l’organo che decide nomine, trasferimenti e incarichi di vertice.

Secondo i sostenitori del "sì" non è un dettaglio burocratico perché  chi controlla le carriere dei magistrati influenza gli equilibri reali dentro la magistratura. Il sistema delle nomine può essere in potenza condizionato da logiche di corrente, accordi interni e trattative di potere? È questo il punto su cui in tanti hanno concentrato le critiche più dure. La riforma proposta dal governo, sostengono, vuole intervenire su questo piano, introducendo il sorteggio per una parte del meccanismo di selezione dei membri del CSM. In questo modo, sono convinti di ridurre il peso delle correnti e spezzare la possibilità di influenzare le  scelte.  Il punto, però, è che la separazione delle carriere non coincide con la soluzione di questo problema. Anzi, rischia di spostarlo, duplicarlo o complicarlo.

Secondo i sostenitori del "no", le correnti interne con il nuovo meccanismo proposto non smetterebbero di esistere, ma rischierebbero di raddoppiare.  Se si creano due carriere separate, con due organi distinti di autogoverno, il rischio è quello di creare due sistemi paralleli, ciascuno dei quali potrebbe generare  dinamiche di gruppo, con proprie alleanze e i propri equilibri interni.  In sostanza: la riforma promette di semplificare e ripulire, ma potrebbe anche moltiplicare i centri di tensione.

Il paradosso del maggiore potere ai PM

Una riforma presentata anche come modo per riequilibrare il sistema potrebbe produrre un effetto opposto, ossia  rafforzare i pubblici ministeri?

Oggi i PM fanno parte dello stesso ordine dei giudici e stanno dentro un sistema comune. Con la separazione, potrebbero diventare un corpo autonomo, con una propria identità, una propria struttura di autogoverno. Se questo nuovo corpo mantiene l’autonomia che già oggi caratterizza il pubblico ministero italiano, il risultato potrebbe essere un’istituzione ancora più compatta e specializzata nell’accusa. Non più una componente della magistratura unitaria, ma una struttura professionale dedicata solo all’azione penale. Una riforma pensata anche per ridurre il peso delle procure potrebbe consolidarne la forza interna?

I motivi politici e le ragioni radicate nei vecchi processi contro le destre

 Per capire perché questa riforma sia diventata una bandiera del centrodestra bisogna uscire un attimo dal linguaggio giuridico e guardare la storia politica italiana. Negli ultimi trent’anni il rapporto tra una parte della politica e la magistratura è stato segnato da uno scontro continuo. La stagione di "Mani Pulite" ha cambiato in profondità i rapporti di forza nel Paese e, soprattutto durante gli anni dei governi Berlusconi, si è radicata nel centrodestra l’idea che alcuni settori della magistratura abbiano esercitato un ruolo che non era solo giudiziario, ma anche politico. Da questa lettura nasce una sfiducia molto forte verso le procure, considerate da una parte della destra non solo organi di giustizia, ma attori che hanno inciso direttamente sugli equilibri politici dell'Italia.

Per questo la separazione delle carriere non è solo una proposta tecnica. È anche una battaglia identitaria, quasi storica. Per una parte della destra significa mettere mano a un equilibrio che ritiene sbagliato da decenni. Non è una fissazione nata ieri: è il frutto di una memoria politica lunga, che passa per processi, inchieste, scontri pubblici e una narrativa consolidata sul “potere delle procure”. Questo non significa automaticamente che chi sostiene la riforma sia in malafede. Ma significa che il progetto non nasce nel vuoto: nasce dentro un conflitto molto preciso tra pezzi della politica e pezzi della magistratura.

C’è davvero bisogno di più imparzialità rispetto al modello accusatorio attuale?

Questo è uno dei punti più delicati e anche più fraintesi. Chi ascolta il dibattito politico potrebbe pensare che oggi il processo penale italiano sia sbilanciato in modo grave a favore dell’accusa e che la riforma serva a rimettere le cose in pari. Ma è davvero così? Il sistema italiano, già oggi, è costruito su una serie di garanzie molto forti. L’imputato ha diritto alla difesa, l’accusa deve provare la colpevolezza, vale la presunzione di innocenza, esistono diversi gradi di giudizio e il giudice che decide non è parte dell’indagine. Per questo molti giuristi sostengono che il tema della “mancanza di imparzialità” venga spesso enfatizzato più sul piano teorico e simbolico che su quello concreto. Certo, si può discutere se la comune appartenenza allo stesso ordine professionale produca una vicinanza culturale. Ma da qui a dire che il processo italiano oggi non garantisca un giudice terzo ce ne passa. La vera questione, semmai, è un’altra: quanto questa riforma cambierebbe davvero l’esperienza concreta di chi affronta un processo. Ed è qui che molti dubbi tornano forti, perché la risposta sembra essere: molto meno di quanto si racconta.

La Premier e la comunicazione all’elettorato rispetto alle ragioni reali

Nel racconto politico della maggioranza questa riforma viene spesso legata a concetti molto più ampi: crescita del Paese, modernizzazione dello Stato, superamento dei blocchi, capacità del Governo di portare avanti le proprie scelte. Dal punto di vista della comunicazione è comprensibile: una riforma costituzionale sulla magistratura è difficile da raccontare. Legarla invece a un messaggio più grande - “meno ostacoli, più decisione, più Paese che corre” - è molto più efficace. Il problema è che, sul piano tecnico, la separazione delle carriere non elimina il controllo dei giudici sulla legalità delle leggi e delle politiche pubbliche. I tribunali continuerebbero a valutare la conformità delle norme alla Costituzione. Continuerebbe a valere il diritto europeo. Continuerebbero a esistere tutti i meccanismi di controllo propri di uno Stato costituzionale. Per questo molti osservatori leggono quella comunicazione come una semplificazione molto spinta. Il sì viene caricato di un significato politico più largo di quello che la riforma, da sola, può realmente produrre.

Perché la sinistra dice a tutti i costi "no"

Anche il "no",  non vive solo di argomenti tecnici. C’è anche qui una forte componente politica.

Una parte della sinistra considera la magistratura uno dei principali argini rispetto agli abusi del potere politico. Per questo guarda con sospetto a ogni riforma che possa alterare l’equilibrio attuale. C’è il timore che la separazione delle carriere sia il primo passo verso un futuro in cui i PM abbiano un rapporto più diretto con il potere esecutivo, come accade in alcuni sistemi europei dove le procure sono più vicine al Governo. Va detto che questa riforma, da sola, non realizza quel passaggio. Però nella percezione di molti ambienti progressisti apre una strada e manda un segnale politico preciso. A questo si aggiunge un dato molto semplice: in un clima di polarizzazione permanente, quasi ogni riforma istituzionale finisce per trasformarsi in uno scontro frontale tra destra e sinistra. E quindi anche qui il rischio è che il merito della questione venga schiacciato dentro una logica di contrapposizione automatica.

La domanda è d'obbligo: questa riforma inciderà sul rapporto tra cittadini e giustizia in modo immediato ed evidente?

Questa riforma può risolvere i problemi che i cittadini percepiscono come reali ed urgenti allorché  abbiano a che fare con la giustizia. La separazione delle carriere cambia l’organizzazione interna della magistratura e ridefinisce alcuni equilibri tra accusa e giudice. È una questione importante sul piano istituzionale, perché riguarda il rapporto tra poteri dello Stato e il modo in cui è strutturato il sistema giudiziario. È una riforma che parla soprattutto di equilibri di potere dentro lo Stato, non di soluzioni immediate ai problemi della giustizia italiana. Questo non significa che sia necessariamente sbagliata. Si può essere favorevoli o contrari per ragioni di principio, di visione dello Stato o di equilibrio tra politica e magistratura.

Tuttavia, questa riforma non accorcerà i processi, non renderà i tribunali più veloci e non cambierà l’esperienza quotidiana di chi si rivolge alla giustizia. Se dunque la domanda è quella più diretta: serve davvero a migliorare la vita dei cittadini?  La risposta è no.

 


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